Nulla cambia a Guantanamo

La notizia che Khalid Sheikh Mohammed e altri quattro organizzatori dell’11 settembre saranno presto processati da una corte militare sembra vecchia, già sentita. In effetti l’Amministrazione Bush aveva annunciato che tutto era pronto per giudicare i terroristi detenuti a Guantanamo responsabili della morte di 2.976 persone già nel 2008; le corti militari istituite da Bush pochi mesi dopo l’11 settembre 2001 dovevano procedere secondo il protocollo straordinario costruito per rispondere alla minaccia straordinaria del terrorismo, ma appena arrivato alla Casa Bianca Barack Obama ha congelato tutto.
11 AGO 20
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La notizia che Khalid Sheikh Mohammed e altri quattro organizzatori dell’11 settembre saranno presto processati da una corte militare sembra vecchia, già sentita. In effetti l’Amministrazione Bush aveva annunciato che tutto era pronto per giudicare i terroristi detenuti a Guantanamo responsabili della morte di 2.976 persone già nel 2008; le corti militari istituite da Bush pochi mesi dopo l’11 settembre 2001 dovevano procedere secondo il protocollo straordinario costruito per rispondere alla minaccia straordinaria del terrorismo, ma appena arrivato alla Casa Bianca Barack Obama ha congelato tutto. L’idea del presidente era processare Khalid Sheikh Mohammed in una corte civile di New York, per centrare in un colpo solo un obiettivo duplice: smantellare le corti militari contestate duramente in nome del garantismo liberal e organizzare un rituale simbolico di espiazione dalle colpe del predecessore. Nulla di tutto questo è riuscito, e mercoledì il Pentagono ha annunciato che il processo è stato estratto dal congelatore e sarà celebrato con la stessa procedura che aveva riempito di sdegno il presidente. Stesse corti militari, stesso luogo e persino gli stessi giudici dell’accusa, Robert Swann ed Edward Ryan. A loro Bush aveva affidato il caso più delicato fra quelli presi in esame dalle corti speciali. Da qui l’impressione che la notizia suonasse familiare.

La Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente “vuole mantenere fede all’impegno di chiudere il carcere di Guantanamo”, ma le notizie che arrivano dalla base testimoniano un lavorio espansionistico, non certo un processo di dismissione. Il mese scorso è stato anche inaugurato il nuovo campo da calcio per i detenuti. Al Pentagono di Obama (e al dipartimento di Giustizia guidato da Eric Holder) va riconosciuta l’abilità tattica di aver nascosto, in questi anni, la continuità con il predecessore sulla questione dei detenuti di Guantanamo fra le pieghe di priorità più cogenti, e il caso di Khalid Sheikh Mohammed e dei quattro complici che hanno pianificato l’attacco e addestrato i suoi esecutori materiali incorona l’ambiguità del presidente.

Esibendo un criterio analogo a quello applicato all’operato di Bush, Anthony Romero, il direttore della potente associazione per i diritti civili Aclu, ha detto che Obama “sta commettendo un errore terribile” e che le corti militari “sono state create per comminare condanne facili e nascondere le torture, non per celebrare giusti processi”. Ma Obama si è ben guardato dal presentare il processo di Khalid Sheikh Mohammed come una riedizione di quello annunciato nel 2008, e negli ultimi mesi ha dispiegato una campagna sottotraccia per spiegare che il sistema legale abbracciato anche in questo caso è sì lo stesso concepito dal predecessore, ma è stato ripulito, reso trasparente e uniformato ai criteri di equità che vigono nei tribunali civili. Le corti militari di Obama sarebbero, insomma, meno militari di quelle di Bush, e la convinzione è stata instillata con successo nella comunità degli opinion maker. Matthew Waxman del Council on Foreign Relations ha scritto che “l’attuale sistema delle corti militari è più solido e giusto di quello costruito originariamente da Bush”.
Il successo della campagna della Casa Bianca per il recupero della verginità di Guantanamo è stato ottenuto anche grazie all’ufficiale Mark Martins, che lo scorso ottobre è stato nominato capo dell’accusa per i tribunali militari. Martins ha lavorato per oltre vent’anni a fianco del generale David Petraeus, capo della Cia, e dall’inizio del mandato di Obama è stato incaricato di guidare un processo di riforme sulla detenzione in alcune fra le strutture militari americane più controverse, innanzitutto quella di Bagram. L’ufficiale dell’esercito ha studiato alla Law School di Harvard, e negli ultimi mesi ha fatto un tour fra facoltà di Legge, accademie e think tank – l’ultima tappa è stata proprio a Harvard – per sostenere che le corti militari non sono più quelle di una volta. Sotto Bush erano di facciata montate per coprire abusi di ogni genere, ora sono organi di giustizia esemplari che soltanto per motivi logistici non possono essere soppiantati da corti civili.